di
Federico Fubini
Dalle minacce di Medvedev agli attacchi alle petroliere: Teheran punta sul controllo dello stretto strategico per rivendicare un ruolo nella navigazione globale
Il 4 luglio Dmitry Medvedev è tornato da Teheran a Mosca su un aereo di Stato russo. Attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza costituito dal Cremlino, già presidente durante un interludio fra il 2008 e il 2012 al potere di Vladimir Putin, Medvedev era stato inviato in Iran il giorno prima per guidare la delegazione di Mosca ai funerali dell’ayatollah Ali Khamenei.Nel volo di ritorno, il dirigente russo ha pronunciato poche frasi che lasciavano capire quanto fosse precario l’equilibrio raggiunto fra Teheran e Washington attorno a Hormuz. Con la guerra «l’Iran si è trovato in possesso di un’altra arma, non meno potente di una bomba atomica: lo Stretto di Hormuz. Bloccando il passaggio, ha dimostrato il suo potere — ha detto Medvedev —. Sono in corso discussioni su come lo Stretto opererà in futuro. Credo che l’Iran abbia un asso nella manica oltre a questa “arma nucleare”: ha anche un’“arma termonucleare” e mi riferisco allo stretto di Bab el-Mandeb — ha continuato l’ex delfino di Putin —: può essere usato, nel caso di un conflitto, per creare una situazione in cui tutti i trasporti di petrolio o altro siano completamente bloccati. Spero non accada, ma tutti gli Stati che cercano conflitti lo devono tenere presente».











