A qualche metro di distanza dalla porta d’ingresso, Jean intravide le scale, le raggiunse e, con il cappotto sulla testa, cominciò a salire. Spintonato dagli ultimi inquilini che scendevano i gradini di fretta, dovette stringersi alla parete. Scosso da quel lontano urlo di donna, si era precipitato nell’edificio ma, appena giunto al pianerottolo del primo piano, quell’iniziativa gli parve tanto vana quanto pericolosa, c’erano buone probabilità di lasciarci la pelle.

Era davvero quello il suo posto? Fu colto da un urgente bisogno di fuggire e di mettersi al riparo, tanto impellente quanto lo era stato l’impulso di entrare. Stava per rinunciare e tornare sui suoi passi, quando sentì di nuovo quell’urlo. Era lo stesso? Questo veniva dall’alto. Sul pianerottolo una porta era caduta a terra, come se fosse stata sfondata da un ariete. La corrente era saltata. In che direzione doveva andare? Il fuoco attorno a lui creava un frastuono terribile, ma il grido gli giunse di nuovo, simile a un singhiozzo di dolore. Era una follia trovarsi lì… La soglia dell’appartamento sventrato su cui si trovava era già una vera e propria fornace, il fuoco avanzava a una velocità allucinante. Proseguì.

All’improvviso una parte del soffitto crollò, ebbe giusto il tempo di scansarsi e il contenuto dell’appartamento al piano superiore si schiantò a qualche metro da lui. Jean pensava al pericolo, ma era in preda a una strana eccitazione, una sensazione nuova che non aveva mai provato prima. Dal punto in cui si trovava, l’urlo che l’aveva attirato si sentiva ancora. Era diventato un ruggito, un verso disperato, da ghiacciarti il sangue nelle vene. Era come se qualcuno si stesse dibattendo furiosamente contro una bestia feroce. Guidato da quella voce disumana, si tirò ulteriormente il cappotto sulla testa, scavalcò a fatica alcuni mobili sfasciati, dovette curvarsi ancora per passare lungo un tramezzo in fiamme che scricchiolava minacciando di crollare e riguadagnò le scale con il fiato corto.