Questa volta le telecamere lo inibiscono. L’imprenditore Valter Lavitola, che nelle sue mille vite è stato pure giornalista, a Palazzo di giustizia a Roma schiva taccuini e microfoni. A mascherare tensione e preoccupazione non ci prova nemmeno. La procura della Capitale lo accusa di essere il mandante dell’attentato al conduttore di Report Sigfrido Ranucci, di aver trovato un intermediario con la criminalità campana e di aver ordinato di piazzare un ordigno davanti alla casa di Pomezia del volto di RaiTre.«Non è vero nulla. Non sono stato io. Con Sigfrido siamo amici fraterni» spiega davanti al procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi e al pubblico ministero Edoardo De Santis. Si sottrae all’interrogatorio, ma rende, per oltre due ore, dichiarazioni spontanee. Si appella all’amicizia con il conduttore: «Con Sigfrido ci vediamo quasi ogni giorno, frequentiamo le rispettive famiglie, andiamo a cena nelle rispettive case. È un rapporto così stretto che è incompatibile con qualsiasi movente».

Quattro arresti per l'attentato a Sigfrido Ranucci: il video

Gli accertamenti dei carabinieri del nucleo investigativo di Roma, però, documentano altro. Raccontano di un «sopralluogo», tre mesi prima dell’attentato del 16 gennaio 2025, effettuato da Lavitola insieme a Gomes Tavares Clesio, accusato, in questa faccenda, di essere l’intermediario con il commando. «Ma è assurdo - esordisce l’imprenditore, difeso dagli avvocati Sergio e Arturo Cola - Gomes per me è come un figlio. E con Ranucci ci vediamo costantemente ed è normalissimo che qualche volta mi accompagni il mio tuttofare». Un altro legame di amicizia, che Lavitola sottolinea con vigore. Gomes dice di averlo conosciuto una decina di anni fa in Spagna, di farlo lavorare come tuttofare, anche nel ristorante che gestisce a Monteverde. Per gli inquirenti è l’uomo che ha sfruttato le sue conoscenze nel mondo criminale per trovare gente disposta a piazzare l’ordigno. Ora è in Camerun. «Non è scappato - assicura Lavitola - ma cura i miei affari con i carbon credit. C’era una riunione per il rilascio di una concessione». Nella sua difesa, Lavitola si basa più che altro sulla sua amicizia con il conduttore di Report. E l’avvocato che rappresenta il giornalista, il legale Roberto De Vita, sottolinea: «Qualora si accertasse l’effettivo coinvolgimento dell’imprenditore, Ranucci sarebbe vittima una seconda volta». L’attentato, i personaggi. Resta un mistero il movente su cui è un susseguirsi di ipotesi e suggestioni. In un’intervista si legge che il direttore degli Approfondimenti Rai Paolo Corsini avrebbe detto: «Aspettiamo la magistratura, ma poi chiamerò Ranucci perché deve chiarire questa vicenda inquietante nella quale lui per il momento è parte lesa». E ancora: «Se avessero usato il metodo Report per questa storia, Ranucci sarebbe già al gabbio. Se fosse capitato a me ora sarei già crocifisso». Corsini poi smentisce: «Non ho mai rilasciato questa intervista. Le dichiarazioni riportate non rispecchiano il mio pensiero». Sostiene che siano state «utilizzate parole e battute tra colleghi estrapolate dal contesto». E sottolinea: «Ranucci ha subito un attentato, è parte lesa ed è una risorsa Rai. Report tornerà regolarmente in onda il prossimo autunno».