Il vertice di Ankara si è chiuso senza scosse e con un messaggio di continuità. Mark Rutte ha rivendicato i progressi sulle spese per la difesa, confermando il sostegno all’Ucraina e rilanciando la cooperazione industriale transatlantica. Ora bisognerà passare dalle parole ai fatti
Un summit “tremendamente riuscito”. È con queste parole che Mark Rutte, segretario generale della Nato, ha aperto la conferenza stampa che segna la fine dei lavori del 36esimo vertice dei capi di Stato e di governo dell’Alleanza Atlantica. Un summit, quello di Ankara, atteso con ansia e che arriva dopo mesi di tensioni, dal tema delle spese militari al dossier Groenlandia, passando per le accuse di Donald Trump agli alleati per non aver fornito supporto alle operazioni contro l’Iran. A un anno di distanza dal summit dell’Aia, dove gli alleati avevano concordato di portare le rispettive spese militari al 5% del Pil entro il 2035, Rutte ha parlato di una Nato che “mantiene le promesse” e che si avvia verso una “Fase 3.0” della sua storia.
Le spese militari
Il primo dato che Rutte ha voluto mettere a verbale riguarda le spese militari, di gran lunga il tema più scottante e anticipato del vertice. A un anno dall’Aia, gli alleati avrebbero raggiunto “collettivamente” il 4% del Pil in spese legate alla difesa e alla sicurezza. Un successo che il segretario generale ha attribuito apertamente alla pressione esercitata da Washington, parlando di uno squilibrio che pesava sui rapporti transatlantici fin dai tempi di Eisenhower. Rispondendo ai giornalisti in sala sul divario che ancora separa alcuni Paesi dal target, Rutte ha parlato non tanto di alleati inadempienti, ma di un problema di tempistiche. Secondo il segretario generale, tutti gli alleati hanno impostato un percorso credibile di aumento della spesa, e, tra gli esempi citati, figura anche l’Italia, che al pari di Belgio, Spagna e Canada un anno fa, “erano ancora lontani dal 2%”.











