«Ho con lei un grande debito», disse Ella Fitzgerald. «Non avrei mai potuto ringraziarla abbastanza. La mia carriera non sarebbe decollata nello stesso modo senza il suo aiuto». Un attestato pubblico di gratitudine eterna per l’amica Marilyn Monroe, all’indomani della morte di lei nell’agosto 1962. Erano state grandi amiche, la “First Lady of Song” e la diva più amata di Hollywood. Amiche in un tempo in cui negli Stati Uniti - ancora segnati dalla segregazione razziale - le affinità elettive tra bianchi e neri non erano ammesse, e perciò richiedevano il coraggio della sfida a convenzioni e pregiudizi.
Era il 1954 quando Ella e Marilyn si incontrarono. La Corte Suprema aveva appena dichiarato incostituzionale la separazione tra studenti bianchi e neri nelle scuole pubbliche, ma la discriminazione era ancora una realtà quotidiana e il Ku Klux Klan continuava ad avere un forte seguito. Un tempo che aveva per colonna sonora la musica jazz e tuttavia i più grandi artisti neri non potevano cantare nei locali più prestigiosi. Nemmeno Ella Fitzgerald che era una cantante amatissima e quell’anno aveva pubblicato l’album “Songs in a Mellow Mood” e il singolo “Lullaby of Birdland”. Aveva conquistato il pubblico con la sua voce, eppure il colore della sua pelle la teneva fuori dai club eleganti. In tour con il manager Norman Granz, convinto sostenitore dei diritti civili, subì molte umiliazioni. Poteva esibirsi dunque solo nei piccoli locali underground dove, ha raccontato, tante volte la polizia fece irruzione arrestando lei e i suoi musicisti (gente come Dizzy Gillespie e Illinois Jacquet). «Ci portavano in commissariato e, una volta arrivati, avevano persino la faccia tosta di chiederci gli autografi».






