Il 15 giugno 1996 moriva a 78 anni – nella sua casa di Beverly Hills (California) – la vocalist afroamericana Ella Fitzgerald, «Lady Time». Così l’aveva soprannominata il sassofonista Lester Young per il suo implacabile e swingante senso del tempo. Già dagli anni Settanta diabete e cuore le avevano creato problemi: subì alcuni interventi agli occhi e infine perse la vista; nel 1986 affrontò un’operazione cardiaca con cinque bypass; le gravi amputazioni del 1992, dovute al diabete, la portarono al definitivo ritiro dalle scene, come i medici le consigliavano già da troppo tempo. La grandissima Ella Fitzgerald antepose a tutto – lottando contro malattie e sofferenze – il suo magistero canoro, come peraltro si legge nella biografia A Life through Jazz (1991, opera di James Haskins, già autore di libri su Stevie Wonder, Diana Ross, Martin Luther King e Malcolm X).
A trent’anni dalla scomparsa «Lady Time» resta comunque un mito e il suo stile rappresenta un vero e proprio «modello», utilizzato anche a livello didattico. La conoscenza storica della sua vita va oltre il «mito», esalta il percorso artistico di riscatto e la ferrea volontà di progresso e trasformazione della Fitzgerald. Ha scritto il critico francese Frank Ténot che «la sua opera registrata copre l’insieme del repertorio della canzone statunitense e del jazz», senza trascurare le sue scorribande eclettiche dalla bossanova al pop.






