di Dario Balotta e Simona Duci

Le rivoluzioni più profonde sono quelle che arrivano senza proclami. Non fanno rumore, non riempiono le piazze, non occupano i talk show. Cambiano il modo in cui guardiamo le persone. E quando cambia lo sguardo, cambia anche il Paese.

È questo il senso della riforma della disabilità introdotta dal decreto legislativo 62 del 2024, che supera definitivamente una cultura fondata sull’assistenza per abbracciare quella dell’autodeterminazione. Una trasformazione che, sulla carta, riguarda milioni di cittadini. Ma che, nella pratica, ha ancora bisogno di territori capaci di dimostrare che quel cambiamento è possibile.

Fra questi, c’è un nome che negli ultimi mesi ha attirato l’attenzione nazionale: Ambito 9 della Bassa Bresciana Centrale. Tanto da essere invitato a ExpoAid 2026 come esperienza pilota nell’attuazione del nuovo Progetto di Vita, il dispositivo destinato a ridisegnare il rapporto tra persona, istituzioni e servizi.

Per decenni il welfare ha funzionato secondo una logica relativamente semplice: esistevano servizi predefiniti ai quali le persone dovevano adattarsi. Oggi accade l’opposto. Si parte dalla persona, dai suoi desideri, dalle sue aspirazioni, perfino dalle sue ambizioni. Poi si costruiscono gli strumenti necessari perché quei progetti diventino realizzabili.