La rivoluzione avvenuta negli ultimi anni in relazione al concetto e alla percezione della disabilità è significativa, complessa e impregnata di un’importante valenza sociale: il suo obiettivo primario è infatti quello di scardinare i vecchi paradigmi che vedevano la disabilità come una malattia da nascondere, da curare, molto spesso da emarginare. E certamente non come una condizione di unicità che merita adeguata valorizzazione e reale integrazione.

E’ una rivoluzione, questa, giocata in maniera sostanziale sul piano dei codici comunicativi, primi tra tutti quello verbale e quello iconico. In relazione al primo, ovvero alle lingue scritte e parlate, una volta abbandonate del tutto vecchie denominazioni (alcune delle quali ai giorni nostri fanno letteralmente rabbrividire) oggi si parla, in inglese, in italiano e sempre più in tutte le lingue del mondo di persone con disabilità: al centro di questa espressione ci sono appunto le persone, non le barriere e neppure le limitazioni psico-fisiche che ciascuna e ciascuno di noi può avere in forma permanente o temporanea. Inoltre, accanto alla parola persone troviamo una preposizione che aggiunge, non sottrae ma soprattutto non indica una carenza. In base a questa nuova espressione, le persone possiedono quindi una o più caratteristiche che le rendono uniche: sono persone con disabilità.