Roma, 13 mar. (askanews) – Cosa accade quando usiamo le parole della disabilità per offendere o per far ridere? Quando la disabilità viene usata come insulto, come metafora per degradare, come dispositivo narrativo per far ridere, le persone vengono ridotte a simboli e scorciatoie emotive. E questo ha conseguenze concrete: rafforza stereotipi, legittima discriminazioni, rende più difficile se non impossibile la piena partecipazione alla vita sociale. Nel mondo anglosassone, si usa il termine “retarded” (conosciuto anche come ‘R-word’ per chi vuole evitare di pronunciarlo). In Italia, espressioni come e “ritardato” o “mongoloide” portano con sé lo stesso carico di stigma. Questi termini non sono neutri ma producono un danno reale sulle persone con sindrome di Down e su tutte le persone con disabilità. Per la Giornata Mondiale sulla sindrome di Down, 21 marzo 2026, CoorDown lancia la campagna internazionale “JUST EVOLVE” per chiedere a ognuno di far diventare un lontano ricordo del passato le parole della disabilità usate per offendere.

Martina Fuga, Presidente di CoorDown dichiara: «Siamo consapevoli che il 90% delle volte che le persone usano queste parole non è per offendere direttamente le persone con disabilità. Ma il loro utilizzo contribuisce a creare un contesto culturale che associa la disabilità a incapacità, fallimento e marginalità. Vogliamo chiedere a ogni persona che ancora oggi pronuncia queste espressioni dannose di smettere. Non perché “non si può più dire niente”. Ma perché appartengono al passato».