di Federica Ferrario (Responsabile Campagne di Terra!)
La pasta è uno dei simboli più riconoscibili del made in Italy, un prodotto che racconta tradizione, qualità, identità. Eppure, dietro questa eccellenza si nasconde una contraddizione sempre più evidente: coltivare grano duro, cioè la materia prima da cui nasce la pasta, può significare perdere denaro. Com’è possibile che una filiera così centrale per l’agroalimentare italiano riesca a valorizzare un prodotto finale di grande successo, ma non a garantire un reddito adeguato a chi lavora nei campi?
Quella della pasta è una filiera caratterizzata da margini molto ridotti, soprattutto nella fase agricola, dove i costi di produzione spesso superano i ricavi. In altre parole, il valore economico si concentra più a valle, mentre chi produce la materia prima resta esposto alla volatilità dei prezzi, all’aumento dei costi di energia, fertilizzanti e mezzi tecnici, e a un potere contrattuale molto debole. Secondo ISMEA (l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare che gestisce, per conto del Ministero dell'Agricoltura, programmi e strumenti dedicati all'accesso alla terra, agli investimenti e al sostegno delle imprese), infatti, la produzione agricola non è riuscita a diventare davvero redditizia nemmeno negli anni in cui il prezzo del grano duro è cresciuto in modo significativo. È il segnale di un problema più ampio, che riguarda non solo il grano, ma la tenuta economica dell’intero settore agricolo.








