Giustizia

Giovanni M. Jacobazzi

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Galeotto è stato il referendum. Si è finalmente capito perché Mauro Paladini, ordinario di diritto civile all’Università di Milano-Bicocca ed ex magistrato, non va bene come presidente della Scuola superiore della magistratura. Non perché metterebbe gli omissis ai verbali della Scuola, non per il suo curriculum e non perché, come ricorda sempre Il Fatto Quotidiano, è cattolico ed esponente del Centro Livatino. Molto più semplicemente perché ha sostenuto il Sì al referendum sulla riforma della giustizia. Da settimane si parla della sua elezione alla guida della Scuola come se dietro vi fosse un oscuro disegno da parte della maggioranza. Ora, però, a sgombrare il campo da ogni equivoco ci ha pensato il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Rocco Maruotti, intervenendo domenica scorsa a Roma all’assemblea del gruppo.

Le sue parole meritano di essere lette con attenzione. Maruotti, pm a Rieti, ha spiegato che la sostituzione di Silvana Sciarra, ex presidente della Consulta, con “un autorevole professore” non poteva non suscitare perplessità, perché quel professore aveva “legittimamente sostenuto” le posizioni di quella parte politica che, a giudizio dell’Anm, con la riforma del Consiglio superiore della magistratura “mirava a mettere in crisi l’equilibrio tra i poteri dello Stato”. Da qui, sempre secondo Maruotti, i dubbi sull’apparenza di autonomia e indipendenza della Scuola rispetto alla politica. L’affermazione colpisce per la sua nettezza in quanto il messaggio che ne deriva è semplice: aver preso posizione nel referendum diventa un elemento che rende discutibile la guida dell’istituto che si occupa della formazione e dell’aggiornamento dei circa 10mila magistrati italiani. Il referendum, però, non riguardava un’iniziativa eversiva. Si votava su una legge costituzionale approvata due volte dal Parlamento e si poteva votare Sì o No in virtù del principio del pluralismo democratico.