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Ogni mattina milioni di persone consultano un resoconto di come hanno dormito, con un grafico che illustra la durata delle varie fasi del sonno e magari un consiglio su come fare meglio. Milioni sono infatti le persone che, secondo le stime, usano una app per il tracciamento del sonno.

Ne esistono diverse e solitamente funzionano elaborando i dati raccolti da dispositivi che si indossano (come smartwatch e anelli tracker) e che misurano la frequenza cardiaca, i movimenti o i rumori che si fanno mentre si dorme. Le app stimano quanto ci è voluto per addormentarsi, quante volte ci si è svegliati durante la notte, quanto è durato il sonno profondo e quanto quello leggero. La promessa è di migliorare la qualità del sonno e l’economia che ne è nata attorno è diventata enorme negli ultimi anni. Non sempre però funzionano, e anzi a volte usare una app può diventare controproducente.

Per migliorare il risultato che appare sullo schermo, infatti, c’è chi riesce a cambiare abitudini, per esempio andando a letto sempre alla stessa ora o evitando attività stimolanti prima di dormire. Ma c’è anche chi cerca di rimanere di più a letto, o chi si preoccupa così tanto della propria “prestazione” di sonno da non riuscire ad addormentarsi.