Un debito pubblico che sfonda i 3500 miliardi e un deficit al 5,1% del Pil, di oltre due punti percentuali sopra la soglia fissata dalle regole europee. È il lascito di Emmanuel Macron, l’enfant prodige insediatosi all'Eliseo nel 2017 con la promessa di liberare l'economia francese e ritrovatosi nove anni dopo con un debito cresciuto di oltre 1200 miliardi di euro e 16,5 punti percentuali in più nel rapporto col Pil. Indicatori da leggere con la dovuta cautela, certo, per via delle spese straordinarie per il Covid e per lo scudo energetico del 2022. Ma che riflettono anche scelte discrezionali, a partire dall'abolizione dell'imposta sui grandi patrimoni e dagli sgravi fiscali alle imprese. È una traiettoria ormai invertita quella che segna oggi l'economia francese, e che continuerà a pesare indipendentemente da chi guiderà l'Eliseo in futuro. Chiunque vinca le presidenziali del 2027 – inclusa Marine Le Pen, condannata dalla Corte d'Appello di Parigi ma come annunciato da lei stessa in piena corsa per l'Eliseo – troverà infatti ad aspettarlo lo stesso scomodo fascicolo, quello dei conti pubblici.
Il quadro è noto da mesi. Riportare il bilancio sotto controllo è stato al centro del Forum economico di Aix-en-Provence di inizio luglio. Eppure è proprio su questo fronte che martedì è arrivata la prima ammissione di difficoltà. Lo stesso giorno in cui il Paese attendeva il verdetto sul futuro di Marine Le Pen, l’esecutivo era riunito a Bercy per il comitato di allerta sulle finanze pubbliche. Al termine dell'incontro il ministro dell'Economia Roland Lescure ha ammesso che l'obiettivo di deficit al 5% per il 2026 è ormai "difficile da raggiungere", pur assicurando che il governo farà di tutto per "avvicinarsi il più possibile". Dietro l'ammissione c'è un numero preciso, la stima di crescita per il 2026 rivista al ribasso dallo 0,9% allo 0,7%, in linea con Insee, Fmi e Ocse, contro lo 0,5% più cauto della Banque de France. Si tratta della seconda correzione in tre mesi, una taglio che riduce il margine per abbattere il deficit senza nuove tasse. A conclusione dei lavori, sono stati annunciati altri 3 miliardi di euro di tagli, che si sommano ai sei già decisi ad aprile. Un totale di 9 miliardi, che potrebbero salire a 11 se si materializzasse il rischio di sforamento individuato per gli enti locali. Una decisione presa, a detta dell'opposizione, senza spiegare come si tradurrà in pratica, al punto che il relatore generale del bilancio al Senato Jean-François Husson ha accusato il governo di navigare a vista “invece di tracciare una rotta”. Punto sollevato già a fine giugno dalla Corte dei Conti, che aveva definito poco credibile l'intero piano di rientro sotto il 3% entro il 2029. Senza interventi, ha ricordato la scorsa settimana l'Ocse, il debito potrebbe arrivare al 203% del Pil entro il 2050.






