Nei prossimi mesi si deciderà una partita che rischia di consumarsi lontano dai riflettori e che, invece, segnerà il destino del Mezzogiorno per i prossimi decenni: la cosiddetta «riforma» delle politiche di coesione contenuta nella proposta di bilancio pluriennale dell’Unione europea per il periodo 2028-2034. La chiamo «riforma» tra virgolette perché, di riforma nel senso nobile del termine, si vede ben poco. Siamo davanti, piuttosto, a un doppio arretramento.
Il primo è quantitativo. Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, per l’Italia le risorse complessivamente preassegnate per coesione, sostegno al reddito agricolo e migrazione scenderebbero da 81,7 a 72,3 miliardi di euro, con una flessione di circa il 12 per cento. E c’è un dato che ci riguarda ancora più da vicino: per le regioni «meno sviluppate», la categoria in cui rientra la Puglia, l’importo minimo preassegnato all’Italia passerebbe da 30 a 27 miliardi. Tre miliardi in meno proprio dove i fondi europei servono di più.
Il secondo arretramento riguarda la governance. La nuova architettura crea un fondo unico, accorpando coesione, agricoltura e altre politiche in un unico contenitore. E contemporaneamente il baricentro della programmazione si sposta dal livello regionale a quello nazionale. Le Regioni, che oggi negoziano direttamente con Bruxelles i propri programmi, rischiano di essere ridotte a comprimarie. Sarebbe un errore politico e istituzionale enorme: perché la coesione funziona solo se resta ancorata ai territori, ai loro bisogni, alle loro vocazioni produttive, alle loro fragilità sociali.








