Pubblicato il: 08/07/2026 – 10:45

di Giorgio Curcio

MILANO Un fucile infilato in un borsone, una carabina custodita in un box, armi che sarebbero arrivate dalla Svizzera e persino la richiesta di reperire bazooka e bombe a mano. Nel verbale reso da Francesco Bellusci ai pm della Dda di Milano Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane emerge anche questo: un altro filone del processo Hydra, stavolta legato alla disponibilità di armi e alla forza intimidatrice che, secondo il collaboratore, i gruppi attivi in Lombardia avrebbero voluto esibire anche all’esterno. È uno dei passaggi più forti del verbale del 16 febbraio 2026. Dopo il racconto sulla Locale di Legnano, sulle doti, sulle affiliazioni e sulle gerarchie interne, Bellusci si sofferma infatti su un capitolo diverso ma ugualmente significativo: quello delle armi.

Il fucile nel borsone

Nel racconto del collaboratore compare innanzitutto un fucile. Bellusci riferisce di averlo visto custodito in un borsone, in un contesto che rimanda alla disponibilità materiale di armamento da parte del gruppo. Non è l’unico riferimento. Nel verbale il collaboratore parla anche di una carabina che sarebbe stata tenuta in un box nella disponibilità della madre di Totò Cutrì. Un dettaglio che, nella ricostruzione di Bellusci, si inserisce in un quadro più ampio fatto di nascondigli, spostamenti e armi conservate in luoghi ritenuti sicuri.