La Cineteca di Bologna è nata nel 1962, grazie ad alcuni appassionati del capoluogo felsineo, acquisendo da subito un gran numero di pellicole sottratte al macero e cospicui lasciti di libri, manifesti, strumenti ottici e altri paraphernalia legati al cinema, che l’hanno resa nel tempo una delle importanti istituzioni della città. Fin qui siamo nelle rotaie della perfetta conservazione e resistenza all’oblio, qualcosa di sacro per gli specialisti ma meno goduto dalla popolazione. Agli inizi del 2000 la Cineteca inaugurò la nuova sede nella ex Manifattura Tabacchi e nel 2003 aprì le due nuove sale del cinema Lumière negli spazi ristrutturati dell’ex macello, dove furono collocate anche le donazioni (come il Fondo Pasolini diretto da Laura Betti, altra gloria bolognese) e archivi fotografici di varia provenienza. Le sale del Lumière diventarono così fruibili non solo ai fanatici cinéphile ma anche a una platea giovanile fino a quel momento latitante. Grazie alla programmazione oltre che di grandi opere del passato anche di film contemporanei trascurati dai circuiti commerciali. Come diceva Gustav Mahler la tradizione non è contemplare le ceneri ma alimentare il fuoco. Altra grande idea fu quella di espandere l’attività alla formazione di competenze speciali come il restauro, che nel giro di poco tempo divenne quasi il core business della Cineteca. Il Chaplin Office e gli eredi le affidarono i preziosi negativi delle opere di Chaplin, Martin Scorsese fece lo stesso con la sua The Film Foundation e molti altri organismi commissionarono il ripristino e la digitalizzazione dei repertori del Novecento, con una ricognizione a tappeto che permise di ritrovare film creduti persi per sempre e ricostruire versioni originali massacrate dalla censura. Anche altre cineteche in giro per il mondo affidarono a Bologna i loro film, e fu proprio l’incrocio fra le diverse copie sopravvissute a permettere la ricostruzione filologica di film cruciali (uno per tutti: “La passione di Giovanna d’Arco” diretto da Carl Theodor Dreyer nel 1928) e di alimentare il Cinema Ritrovato, altra manifestazione di grande successo promossa dalla Cineteca. Alle due sale del Lumière si aggiunge nel 2023 quella del Modernissimo, una delle più belle della città, nel sottosuolo di Palazzo Ronzani, in pieno centro. A questo punto - anche se preferirei non farlo dato che si tratta di amici e non vorrei farmi accusare di eccessiva indulgenza – non posso non nominare il direttore della Cineteca Gian Luca Farinelli e il suo presidente Marco Bellocchio, oltre che ovviamente tutte le istituzioni che hanno reso possibile quest’avventura. Lo sviluppo torrenziale di tutte queste attività ha reso necessario l’ampliamento delle strutture. Dimostratesi insufficienti a smaltire il lavoro colossale dei laboratori di restauro le sedi della manifattura Tabacchi e dei due Lumière, bisognava trovare uno spazio che permettesse di ospitare i negativi con celle pressurizzate senza la tirannia delle volumetrie. Il problema si è risolto con il parcheggio del Giuriolo, appena inaugurato. Si tratta di una grande struttura mai entrata in funzione, costruita al tempo dei Mondiali e rimasta inutilizzata, una cattedrale nel deserto. Attribuita alla Cineteca, intitolata Archivio Renato Zangheri di Cinema e Fotografia, diventerà la nuova sede. Sviluppata su diversi piani, ai quali si accede attraverso comode rampe, sarà provvista di una sala cinematografica e altri spazi multifunzionali per lo studio, la consultazione e altre attività, riqualificando una zona industriale altrimenti disadorna. Il film col quale è stata inaugurata la nuova sede è un piccolo gioiello realizzato da Agnès Varda nel 1991 dedicato al marito Jacques Demy mancato un mese dopo la fine delle riprese: “Garage Demy” (titolo originale “Jacquot de Nantes”). Demy è il regista indimenticabile di film come “Lola” (1960, con la stupenda Anouk Aimée), “Les parapluies de Cherbourg” (1964, con l’altrettanto incantevole Catherine Deneuve), “Les demoiselles de Rochefort” (1967, con le spettacolari gemelle per finta ma vere sorelle Catherine Deneuve e Françoise Dorléac) e basterebbero questi tre film a installarlo nell’Olimpo insieme ai grandi maestri del musical hollywoodiano che lo ispirarono come Stanley Donen o Vincente Minnelli. Agnès Varda non fu da meno e realizzò opere molto belle e personali come “Cléo dalle 5 alle 7” (1962), “Les Créatures” (1966), “L’une chante, l’autre pas” (1977) e lo stupendo crudele “Senza tetto né legge” (Sans toit ni loi, 1985, interpretato dalla bravissima Sandrine Bonnaire), Leone d’oro alla Mostra di Venezia dello stesso anno. Proprio su Agnès Varda sarà attiva fino al 10 gennaio 2027 una ricchissima mostra nei sotterranei del Modernissimo che illustra tutta l’attività di questa artista poliedrica. Si intitola “Viva Varda! Il cinema è donna” e documenta l’eclettismo di questa figura, eccentrica e classica al tempo stesso: fotografa, regista, pittrice, artista concettuale, documentarista. Per la quale l’arte era come l’aria che respirava e che, grazie a lei, respiriamo anche noi.
Cineteca factory di sogni
La missione di restaurare film per salvarli dall’oblio. Il Fondo Pasolini, le pellicole di Scorsese, il festival in piazza Maggiore. I grandi progetti dell’isti









