di Gabriele Gallo
"Siamo stati qui oggi, non solo per ricordare quanto accaduto 66 anni fa, ma con la consapevolezza che anche adesso, come nel 1960 o nel 1945, non si può stare alla finestra quando si tratta di difendere la Democrazia. Reggio Emilia è da sempre un simbolo per tutti quelli che la amano, e nomi e cognomi dei cinque martiri del 7 luglio sono nella Storia della lottà per la libertà". Così Walter Veltroni, già sindaco di Roma, editorialista e narratore di razza, ha chiuso il discorso commemorativo ufficiale per il 66simo anniversario della strage del 7 luglio, ove, negli scontri con la polizia, perirono cinque reggiani: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. Evento promosso da Comune, Provincia, Cgil, Cisl, Uil, Anpi, Alpi-Apc, Anppia, Istoreco e Comitato democratico e costituzionale.
È stata una prolusione molto articolata ed emozionante quella dell’ex parlamentare Pd, partita da una domanda retorica: "Il sacrificio delle persone a cui abbiamo voluto bene è stato giusto?". Sì, è la risposta scontata secondo Veltroni, ma perché corroborata da altissime motivazioni ideali, in particolare dal fatto che "nel luglio 1960 molti decisero di non voltare le spalle a quanto stava accadendo (l’appoggio esterno dell’Msi, ad appena 15 anni dalla fine del fascismo, al governo del democristiano Tambroni, ndr) e i cinque ragazzi di Reggio scesero in piazza con le loro magliette a strisce per testimoniarlo concretamente".









