BOLOGNA – È una Bologna commossa e rispettosa del proprio dolore, ma anche orgogliosa della propria reazione, quella che ha commemorato il 46esimo anniversario della strage della stazione.

Il più grande eccidio in tempo di pace della storia italiana - 85 morti e più di 200 feriti, una ferita ancora aperta - e, soprattutto, una testimonianza di un pezzo di storia su cui non si può tacere.

Eppure, c’è chi, come Giorgia Meloni, ancora non riesce a riconoscerla per ciò che è stata: una strage neofascista realizzata con il coinvolgimento di apparati deviati dello Stato e della massoneria.

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Tornato, dopo la riapertura di via dell’Indipendenza, al tradizionale percorso, il corteo da piazza del Nettuno alla Stazione Centrale è stato partecipato da centinaia di cittadini che, sotto i portici, hanno salutato il passaggio di istituzioni e familiari delle vittime con contegno emozionato. Niente cori o slogan: soltanto il suono degli applausi e il rumore di un silenzio carico di memoria. A sfidare il caldo, in piazza Medaglie d’oro, erano più di mille. Tra i presenti, anche la sorella e la nipote di Abderrahim Fakir, il 42enne morto durante un intervento della polizia due settimane fa.