“Da ogni presidente del Consiglio ci aspettiamo un approccio rigoroso e onesto. Oltre a definire buia la strage del 2 agosto, va trovato il coraggio di dire non solo che è buia, ma qualcosa di più: che è la pagina più nera del neofascismo italiano e dei pezzi dello Stato che tradirono la Repubblica. Un coraggio che deve trovare coerenza nei fatti”. L’appello accorato alla premier Giorgia Meloni era arrivato dal palco delle commemorazioni dell’attentato della stazione di Bologna, 46 anni dopo. La voce era quella di Paolo Lambertini, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime. E’ figlio di Mirella Fornasari che il 2 agosto del 1980 aveva 36 anni. Viveva a Casalecchio di Reno e lavorava per la Cigar, la ditta che si occupava della ristorazione nella stazione. Gli uffici erano sopra le sale d’aspetto: quando esplose la bomba lei era lì che lavorava, il suo corpo fu trovato solo a notte inoltrata.

Però no, quella parola la presidente del Consiglio non la scrive. Da nessuna parte, nel suo messaggio pubblicato sui social, c’è un riferimento – anche vago, anche solo formale – all’impronta di quell’attentato, che i tribunali hanno riferito – con 17 sentenze, in processi separati, con diverse generazioni di magistrati – al terrorismo neofascista. Sembra quasi che Lambertini abbia previsto il poco che avrebbe detto la capa del governo: “46 anni fa il terrorismo ha sferrato uno dei suoi attacchi più feroci”, “Quello che è accaduto il 2 agosto del 1980 rappresenta una delle pagine più buie e drammatiche della storia nazionale”. Buie, ma senza paternità; buie e drammatiche eppure un fascio di luce l’hanno proiettato i processi, l’ultimo concluso proprio pochi mesi fa, a carico di Paolo Bellini, il quinto uomo del commando di cui facevano parte Gilberto Cavallini, ex esponente dei Nuclei armati rivoluzionari accusato di aver fornito alloggio a Francesca Mambro, Giusva Fioravanti e Luigi Ciavardini. Il resto del discorso di Meloni porta via lontano da tutto questo, lontano soprattutto dalle sentenze definitiva. Prosegue il suo discorso parlando del contributo che il governo sta dando al “complesso cammino che è necessario portare avanti per fare piena luce sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia nel Dopoguerra”. La strage di Bologna, insomma, alla terza riga si è già trasformata al plurale, “le stragi”. E sulle stragi ricorda che “il percorso di versamento degli atti declassificati all’Archivio centrale dello Stato costituisce un passo determinante, che la Presidenza del Consiglio sta portando avanti in sinergia con le altre amministrazioni dello Stato e in uno spirito di collaborazione con le associazioni dei famigliari delle vittime”. E allora l’associazione delle 85 vittime del 2 agosto è costretta a intervenire di nuovo. “Per la strage di Bologna c’è una luce straordinaria, data dalle sentenze dei processi – ribatte all’Ansa Paolo Lambertini -, che è stata capace di illuminare la pagina buia a cui si riferisce la Presidente del Consiglio e mostrarne la matrice neofascista”.