La marcia indietro del festival sul patentino antifascista sconfessa le pretese dei soliti censori di sinistra
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Vince la libertà di parola, perdono i censori. Si potrebbe sintetizzare così la vicenda della dichiarazione di antifascismo introdotta dagli organizzatori di Più libri più liberi per l'edizione 2026 poi culminata con un passo indietro dopo le polemiche per una decisione giudicata illiberale non solo da vari editori e pensatori di sinistra come Massimo Cacciari, Luciano Canfora, Luca Ricolfi ma anche dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.Da qui il comunicato stampa dell'Associazione Italiana Editori (promotrice della fiera) in cui si è annunciato che sono state prese in considerazione anche le domande delle case editrici che non hanno sottoscritto la dichiarazione di antifascismo rendendola nei fatti inutile. Una scelta che arriva con un tempismo non casuale alla vigilia dell'incontro con il presidente del Centro per il libro e la lettura Giuseppe Iannaccone che aveva annunciato la messa discussione dei fondi per Più libri più liberi (pari a circa 150mila euro) da parte dell'ente del Ministero della Cultura se non ci fosse stato un passo indietro sul patentino antifascista. Così, dopo che per primo Il Giornale aveva sollevato il caso, nato dalla fiera presieduta da Annamaria Malato con la guida di Paolo Di Paolo, è arrivato il dietrofront perché l'antifascismo sarà pure un valore importante ma i soldi lo sono di più. Chissà come devono averla presa i paladini del patentino che nelle settimane passate si erano schierati a favore della misura come Mattia Tombolini (l'ex assistente di Ilaria Salis al Parlamento europeo) di Momo Edizioni o i firmatari dell'appello dello scorso anno per escludere la partecipazione di Passaggio al Bosco alla fiera tra cui Christian Raimo e Tomaso Montanari o gli editori che, al grido di "Fuori i fascisti dalla fiera", avevano coperto il proprio stand per protestare contro la presenza della casa editrice definita di estrema destra.Il passo indietro è stato "approvato" del ministro della Cultura Giuli: "Accolgo con favore la decisione di revocare qualsiasi forma di patentino antifascista. Come già testimoniato da intellettuali e editori di varia estrazione e comune buon senso, la cultura deve rimanere uno spazio di libertà, aperto al pluralismo e al confronto, senza filtri anacronistici o certificazioni di natura ideologica". Ma non dev'essere piaciuto a Elly Schlein che invece aveva difeso la dichiarazione affermando "Meloni ha giurato sulla Costituzione che è antifascista. Il fascismo non è un'opinione, ma lo mette al bando. Viviamo in un Paese che ha una Costituzione scritta da chi ha fatto la Resistenza per liberarci dal regime fascista e dall'occupazione nazista" o a Nicola Fratoianni che, dopo le parole della premier contro il patentino, aveva affermato: "Da tempo ormai evito di chiedere all'attuale presidente del Consiglio di dichiararsi antifascista".A esprimere soddisfazione sono invece i parlamentari di centrodestra tra cui il presidente della Commissione Federico Mollicone secondo cui "lo stop al patentino antifascista è una decisione di assoluto buon senso che riprista la corretta dimensione del confronto culturale nel nostro Paese" mentre per il capogruppo di FdI in Commissione Cultura Alessandro Amorese (anche editore di Eclettica): "avevamo ragione quando contestammo questa prassi che, di fatto, limitava la libertà di pensiero degli editori e degli scrittori".











