I risultati dell’Eurobarometro pubblicato mercoledì dal Parlamento europeo hanno sorpreso quasi tutti. In un anno segnato da guerre e dazi, la fiducia nell’Unione non è arretrata: è cresciuta. E in Italia più che altrove: oltre otto cittadini su dieci considerano l’Europa un’ancora di stabilità, e la maggioranza le riconosce il merito di garantire pace e sicurezza. Numeri che stridono con l’immagine di un Paese stanco dell’Europa, e che dicono qualcosa di preciso su chi siamo e su chi ci governa.

Perché accanto alla fiducia convivono due Italie. Il sessantotto per cento dice che il Paese ha tratto beneficio dall’adesione, in aumento; il quarantaquattro per cento mette l’indipendenza energetica al primo posto tra le priorità dell’Unione, prima ancora della difesa; e quando indicano cosa il Parlamento europeo dovrebbe mettere in cima all’agenda, gli italiani rispondono in maggioranza il costo della vita (cinquantuno per cento), poi economia e lavoro. Ma l’incertezza qui tocca il cinquantasei per cento, contro il quarantaquattro per cento della media europea; e sul proprio tenore di vita gli italiani sono tra i più pessimisti del continente — insieme a polacchi e ungheresi — con appena il dieci per cento che si aspetta di stare meglio e il sessantotto per cento convinto che non cambierà nulla. Fiducia nell’Europa in alto, fiducia nel proprio domani in basso: è lo spazio esatto in cui è cresciuta, e continua a crescere, la politica della rabbia.