INVIATO A LAMPEDUSA. Pani cunzati, ciabatte e dottori sul molo. Il mare è liscio come una tavola. Un mare aperto. Alle cinque di pomeriggio, il galeone Adriana imbarca i turisti per il giro delle spiagge più belle, mentre la motovedetta della guardia di finanza porta a terra gli ultimi cinquanta migranti di una storia lunga ormai venticinque anni. È quella di Lampedusa, isola di frontiera. Quando è estate, tutto si mischia. Il mondo felice e quello disperato, sono tutti qui nel nome della stessa parola: accoglienza. «Per me è motivo d’orgoglio essere su questo molo», dice il dottor Gabriele Vizzini. Ha 33 anni, è il giorno del suo compleanno. Questa è la quarta volta che prende servizio all’ambulatorio di Lampedusa. «Alle salme che sbarcano non ci si abitua mai. Ma questo è anche un posto pieno di vita. Siamo tutti un po’ stanchi, ma felici per questa occasione di lavoro». Parla al plurale perché accanto a lui c’è la dottoressa Debora Cerami, anche lei 33 anni, in missione sull’isola di frontiera. «Vedere uno sbarco in televisione, oppure da questo molo, è estremamente diverso». È per Lampedusa che accoglie tutti, fin dagli anni della Primavera Araba, che Dacia Maraini, per prima, ha chiesto il Nobel per la pace.