Ankara, la capitale turca, ha preparato tutto nei minimi dettagli per il vertice Nato del 7 e 8 luglio. Lungo le strade sono stati sistemati dei cartelloni blu e bianchi con i colori dell’alleanza per nascondere le baraccopoli, e ai tassisti è stato ordinato di indossare uniformi e di distribuire lokum e bevande fresche ai passeggeri. Dal 23 giugno è vietato qualsiasi raduno. Più di duecento persone vagamente sospettate di voler rovinare la festa, tra cui sindacalisti, ambientalisti, femministe e militanti di sinistra, sono state arrestate in via preventiva con l’accusa di “terrorismo”.

Il presidente islamo-nazionalista Recep Tayyip Erdoğan è attento alla propria immagine e vuole fare di questo vertice, il primo organizzato in Turchia dal 2004, una dimostrazione di forza e della volontà di avvicinarsi agli alleati europei e americani. E ha molte carte da giocare. La Turchia, confinante con l’Iran, l’Iraq e la Siria, custode dell’accesso al mar Nero e alla guida del secondo esercito più grande della Nato, vuole presentarsi come un polo di stabilità e una potenza regionale di cui non si può fare a meno.

Gli affari con l’Europa

Ma, oltre alle capacità militari di Ankara, è anche la vitalità della sua industria degli armamenti a interessare gli alleati. I droni, che sono diventati il suo marchio di fabbrica, sono prodotti dalla Baykar, l’azienda dell’ormai ricchissimo Selçuk Bayraktar, genero di Erdoğan e uno dei suoi potenziali successori,.