Giuliano Cazzola
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Le difficoltà che la maggioranza incontra nel portare a termine la legge elettorale in realtà sono avvertimenti di una divinità amica che presagisce la catastrofe che incombe sulla premier e sul centrodestra se nel 2027 si dovesse andare a votare con lo Stabilicum. Per come si sono messe le cose della politica, Giorgia Meloni può solo perdere le elezioni se Futuro Nazionale si presentasse da solo. Certamente perderebbe l’anima se l’alleanza di centrodestra facesse entrare Roberto Vannacci e i suoi; e forse anche le elezioni perché molti moderati si rifiuterebbero di trovarsi in questa scomoda compagnia. Il Generale ha il vento in poppa; la sua non è solo un’operazione nostalgica che cerca di intercettare quegli umori che la svolta meloniana ha archiviato troppo in fretta, e di arruolare quell’elettorato eversivo che nel 2018 votò in massa per il M5S e la Lega e che è deluso per la virata perbenista attuata da quei partiti nella trascorsa legislatura.
Futuro Nazionale è nato da una costola della Lega. Meloni avrebbe più possibilità di vincere con il Rosatellum, anche se la sua coalizione non sarebbe in grado di fare cappotto nei collegi uninominali, ma dovrebbe contenderseli con i candidati del campo largo o di come diavolo si chiamerà allora. Da trent’anni andiamo ripetendo la litania per cui, il giorno dopo lo spoglio delle schede, deve essere chiara la coalizione che ha vinto, tanto che eventuali ipotesi di accordi tra forze diverse vengono definite spregiativamente “inciuci”, proprio quando l’inciucio è operante all’interno di ciascuna delle coalizioni in competizione. Con lo Stabilicum non si confronteranno due schieramenti sufficientemente omogenei, ma due esempi di “inciucio” che hanno in comune soltanto l’ostilità tra di loro.










