Nel primo trimestre del 2026 il tasso di occupazione italiano ha raggiunto il 62,8%, un livello record frutto di una crescita robusta nell’ultimo biennio. Restano però circa 9,3 punti percentuali da recuperare rispetto alla media Ocse del 72,1%, uno dei divari più larghi tra i Paesi membri, concentrato tra donne e giovani. E la corsa sta perdendo velocità, perché nell’ultimo anno la crescita ha rallentato, mentre nel resto dell’Europa meridionale ha tenuto il passo. La disoccupazione scende ai minimi storici. Nel maggio scorso l’indicatore è al 5%, e ormai in linea con la media Ocse del 4,9%. In dodici mesi il calo è stato di 1,5 punti percentuali, in controtendenza rispetto all’area, dove la disoccupazione è tornata a salire in circa due terzi dei Paesi. L’Italia resiste insieme a Grecia, Portogallo e Spagna, l’unico gruppo dove la discesa non si è fermata.
Salari al palo Il vero nodo però è nelle buste paga. La ripresa dell’occupazione non si è tradotta in un recupero del potere d’acquisto. I salari reali sono cresciuti dell’1,3% su base annua nel primo trimestre, ma solo grazie all’inflazione bassa, e restano inferiori del 6,1% ai livelli del primo trimestre 2021: il ritardo più pesante tra le grandi economie dell’Ocse. I recenti rincari dell’energia hanno riportato in alto i prezzi e in basso le retribuzioni. Le previsioni non lasciano margini: l’Ocse stima una flessione dello 0,9% nel 2026 e un aumento appena dello 0,2% nel 2027, frenato dai pochi rinnovi contrattuali in calendario e dal raffreddamento del mercato. Il divario tra le regioni C’è poi una diseguaglianza evidente tra territori. «Il luogo in cui si vive determina le opportunità lavorative e il tenore di vita», scrive il rapporto. In Italia la disoccupazione nel quintile delle province più deboli è oltre quattro volte superiore a quella del quintile più forte, contro una media Ocse di circa due. Dall’inizio del 2010 la distanza si è ridotta del 10,4% rispetto alla media nazionale, ma i movimenti interni non bastano a colmarla, e rischiano anzi di allargarla. Chi lascia le aree a bassa occupazione è in media più giovane, più istruito e più spesso già occupato: se ne vanno le energie migliori. «La mobilità interregionale può quindi rafforzare le disparità territoriali nei risultati del mercato del lavoro anziché ridurle», avverte l’Ocse. La concorrenza Sullo sfondo emerge un fenomeno nuovo per il mercato italiano: le clausole di non concorrenza, che impediscono al lavoratore di passare a un concorrente alla fine del rapporto. Riguardano tra il 7% e il 18% dei dipendenti privati, meno della media Ocse tra il 20% e il 30%, ma con una tendenza in salita e una diffusione che ormai investe settori dove la tutela di segreti o investimenti appare pretestuosa. Circa il 30% delle imprese ammette di conoscere accordi per non contendersi i dipendenti o per fissarne i salari, contro una media del 48%: un terreno che l’Autorità Garante della Concorrenza guarda con crescente attenzione.












