di

Matteo Motterlini* e Telmo Pievani**

I laureati in filosofia ricevono offerte dai giganti dell'Intelligenza Artificiale per affrontare problemi come la presunta coscienza delle macchine che rischiano di depistare il dibattito dalla vera questione: quei modelli già prendono decisioni al posto nostro

Dieci anni fa, agli studenti di lettere e filosofia si diceva: se volete un lavoro, imparate a programmare. Oggi sono i programmatori a temere che l’intelligenza artificiale prenda il loro posto. Il consiglio si è rovesciato e i numeri lo confermano. Secondo i dati citati da Why big AI labs are hiring so many philosophers, articolo dell’Economist del 24 giugno scorso, tra i laureati recenti negli Stati Uniti il 7% di chi aveva studiato informatica risultava disoccupato, contro il 5,1% dei laureati in filosofia.

Gli studenti di filosofia ricevono offerte dalle grandi aziende di AI persino prima della laurea, dice Luciano Floridi, filosofo a Yale e a Bologna, che descrive le partenze dai dipartimenti come un’«emorragia». I nomi sono noti: Amanda Askell è la filosofa interna di Anthropic; Iason Gabriel e Henry Shevlin lavorano per Google DeepMind; Sam Altman rivendica di aver consultato «centinaia di filosofi morali» per definire le regole di ChatGPT (con risultati finora poco chiari).