Secondo l’IISS, le operazioni avrebbero testato tempi di risposta e vulnerabilità delle difese europee, colpendo anche aeroporti e infrastrutture critiche

Segui Il Giornale su Google Discover

Scegli Il Giornale come fonte preferita

Un rapporto dell'International Institute for Strategic Studies (IISS) recentemente pubblicato afferma che tra agosto 2024 e febbraio 2026, velivoli senza pilota (UAV – Unmanned Air Vehicle) hanno attraversato lo spazio aereo di una dozzina di Stati membri della NATO (e dell'Irlanda), causando la ripetuta chiusura di importanti hub dell'aviazione commerciale, perturbando le operazioni militari e penetrando nel perimetro di alcune delle installazioni di difesa più sensibili d'Europa, tra cui i siti coinvolti nel programma di condivisione nucleare che ospitano le bombe a caduta libera americane B61-12 e la base francese per sottomarini lanciamissili balistici di Ile Longue.Il problema è sempre l’attribuzioneL'analisi dell'IISS sostiene che quest'attività sia molto probabilmente di matrice russa, e correlata alla presenza nei mari del Nord Europa della “flotta ombra” di Mosca, dalle cui navi vengono operati i droni. La tesi dell'Istituto non è che ogni avvistamento segnalato fosse attribuibile alla Russia, né che ogni segnalazione riguardasse effettivamente un UAV, ma sostengono che il quadro complessivo degli avvistamenti di droni in Europa centrale non possa essere spiegato adeguatamente ricorrendo soltanto a errori di identificazione, attività amatoriali o atti deliberati di molestia.L'attribuzione della responsabilità rimane infatti una sfida difficilmente risolvibile per i governi europei, stante appunto la natura della minaccia: per capire effettivamente se un drone fosse operato da o per conto della Russia, occorrerebbe cogliere sul fatto gli operatori, e questo è avvenuto molto raramente (si veda il caso norvegese) e anche in tal caso non si è potuto oggettivamente correlarli con Mosca.A oggi, nessun Paese europeo ha attribuito pubblicamente alla Russia un avvistamento di UAV, né si è spinto fino a descrivere l'esistenza di una campagna coordinata di intrusioni di droni russi sull'Europa occidentale e settentrionale. Una delle ragioni di tale scelta è che i governi interessati si sono concentrati sulla risposta a livello nazionale anziché collegare i vari episodi a livello europeo.I dati parlano chiaroI dati raccolti, però, puntano il dito verso il Cremlino: il 48% dei voli registrati negli ultimi due anni è avvenuto sopra installazioni militari, il 18% sopra aeroporti civili e il 26% sopra infrastrutture critiche, tra cui porti, impianti energetici e siti industriali. La natura delle installazioni coinvolte, quasi tutte “sensibili”, non può che confermare una matrice comune volontaria, con obiettivi scelti in modo non casuale, volta a creare allarme nelle difese, nei governi e di conseguenza a instillare dubbi sulla sicurezza nelle popolazioni europee.Anche i Paesi bersaglio appaiono scelti oculatamente in tal senso: esclusa, ad esempio, l'Italia che ha fatto registrare solo sporadici casi in quanto la propaganda russa antioccidentalista e antimilitarista qui ha attecchito bene trasversalmente e verticalmente nella nostra società.Assuefare e mettere alla prova le difese europeeLa campagna di UAV (svoltasi in gran parte nella seconda metà del 2025) ha operato con sostanziale impunità nello spazio aereo europeo, rappresentando al contempo una serie di successi tattici per il Cremlino e un fallimento strategico della difesa aerea alleata. Il successo di Mosca si fonda su una considerazione strategica fondamentale: l'architettura di difesa aerea europea era stata concepita per rilevare e neutralizzare minacce aeree convenzionali operanti in uno scenario bellico riconoscibile. Non era stata progettata, al contrario, per affrontare UAV dal costo relativamente contenuto e incursioni “negabili” (ovvero tali da consentire la negazione di responsabilità), volte a mettere in luce lacune nei sistemi di rilevamento, nei processi decisionali e nelle competenze giuridiche, il tutto rimanendo al di sotto della soglia che avrebbe innescato una risposta collettiva degli Alleati.Le informazioni provenienti da fonti aperte relative a ciascun incidente analizzato dall'IISS suggeriscono che l'ondata di droni possibilmente russi abbia messo a nudo fratture politiche all'interno dell'Alleanza, sfruttando al contempo il divario tra le capacità operative delle forze armate europee e le azioni che i rispettivi governi sono disposti ad autorizzare. Si tratta quindi anche di una sorta di test di tenuta e del meccanismo di risposta della NATO, che ha dimostrato, ripetutamente e pubblicamente, che la soglia per l'attivazione di una risposta collettiva è di fatto più alta di quanto le precedenti strategie di deterrenza europee avessero ipotizzato.Può sembrare di poco conto con una guerra in corso, ma tale attività persegue degli obiettivi importanti e ben precisi, tra cui testare i tempi di risposta e le soglie decisionali dell'architettura di difesa aerea alleata e dei comandi civili-militari; mappare le vulnerabilità delle infrastrutture critiche, incluse installazioni civili a duplice uso, nodi logistici militari a supporto dell'Ucraina e strutture legate alla deterrenza nucleare alleata; infliggere costi economici e psicologici alle società europee attraverso l'interruzione del traffico aereo civile e la compromissione della fiducia pubblica nella sicurezza dello spazio aereo; infine normalizzare le violazioni dello spazio aereo a bassa intensità, assuefacendo i dispositivi militari e civili in modo che in caso di attacco vero, con droni dotati di carica esplosiva preposizionati sul territorio esattamente come avvenuto per l'importante attacco ucraino alle basi aeree russe del primo giugno 2025, la risposta sia minima o addirittura inesistente.