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Rinaldo Frignani

Cruciale la provenienza: dovrebbero volare per 2 mila chilometri. In allerta i sistemi difensivi di Aeronautica ed Esercito. Ma lo scramble dei caccia intercettori rimane la risorsa principale dopo l'annuncio di Zelensky

Sarà tutta una questione di distanza. Se e quando, come ipotizza il presidente ucraino, la Russia deciderà di inviare decine di droni anche sui cieli italiani, il nodo sarà capire da dove saranno pilotati. Perché da questo particolare fondamentale si potrà intuire poi il livello della minaccia da cui difendersi. I sistemi di Aeronautica ed Esercito sono pronti da mesi a questa eventualità, perché una parte della guerra ibrida passa proprio attraverso l’utilizzo massiccio degli Uav — i velivoli senza pilota —, che siano multicotteri (cioè con più di due rotori) o velivoli più grandi da ricognizione. In tutti i casi apparecchi che sono in grado non solo di trasportare e sganciare ordigni, ma anche di intercettare comunicazioni, effettuare foto e riprese video ad alta definizione, tanto da essere utilizzati in attività di ordine pubblico durante le manifestazioni, come sta accadendo per il Giubileo e perfino per l’ultimo derby Lazio-Roma. Ma anche eseguire mappature 3D ad altissima precisione grazie a sensori per fotogrammetria e generare interferenze, molto pericolose nelle vicinanze degli aeroporti. Perfino la malavita li sfrutta da tempo per consegnare droga e telefonini ai detenuti in carcere. In uno scenario di influenza dell’opinione pubblica, come sembra essere successo finora, al netto delle smentite di Mosca, il loro compito è anche quello di cercare di mettere in difficoltà le difese nazionali, come è successo in Polonia e in Danimarca.