Assolti perché il fatto non sussiste. Si è chiuso ieri davanti al tribunale di Ancona il processo di primo grado a carico di tre persone finite a giudizio per una truffa che non avevano commesso. Anzi, loro stessi erano stati vittime di un furto di identità: a chiederne l’assoluzione, insieme alle difese, è stata la stessa pubblica accusa. Una storia di raggiri incrociati e di un incubo sempre più ricorrente nei processi per truffe telematiche: ritrovarsi imputati per reati commessi da altri. I fatti: il primo a essere raggirato è stato un cinquantacinquenne di Jesi, che aveva pubblicato online un annuncio per vendere delle cinture di sicurezza. I sedicenti acquirenti lo contattano al telefono e gli propongono il pagamento attraverso una ricarica Postepay: deve solo andare a uno sportello Atm e digitare i codici che gli detteranno. L’uomo esegue, ma quelle sequenze — verosimilmente i numeri delle carte dei truffatori — non accreditano nulla: a ogni digitazione parte un bonifico. Dodici in tutto, per un totale di 3.231 euro. Quei soldi, però, non sono mai arrivati ai tre imputati: sono confluiti su conti che risultavano intestati a loro, ma che nessuno dei tre aveva mai aperto. Il furto di identità ai danni dei tre è emerso nel corso del dibattimento: qualcuno ne aveva rubato i dati anagrafici per attivare, a loro insaputa, i conti. Tra i tre, hanno dimostrato le indagini, non vi è mai stato il benché minimo contatto: li accomunava soltanto un’identità rubata. Il pubblico ministero Valentina Pupo ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste, così come i difensori Isabella Munafò, Maria Michela Fusco e Felice Cardillo. La giudice Tiziana Fancello ha accolto le tesi di entrambe le parti, assolvendo tutti e tre con formula piena. Resta l’aspetto più inquietante della vicenda: tre innocenti che hanno dovuto difendersi da un procedimento nato da un furto di identità, tra notifiche e udienze, mentre i veri truffatori non hanno ancora un volto. La lezione riguarda tutti: proteggere i propri dati personali non serve solo a non farsi svuotare il conto, ma a non ritrovarsi alla sbarra al posto di qualcun altro.