La mazzata di Trump è stata tanto più dolorosa in quanto del tutto inattesa e imprevista. A confronto del meme con Meloni in adorazione e il ruvido commento «restraining order needed» (ordinanza restrittiva necessaria), come dire «levatemela di torno», la famigerata intervista del «mi ha fatto pena» è un buffetto.

A palazzo Chigi masticano amaro, ingoiano il rospo facendo finta di niente e si preparano a un vertice Nato ormai a massimo rischio.

NEI MINISTERI COMPETENTI, agli Esteri, alla Difesa, soprattutto a palazzo Chigi si sforzano di essere ottimisti. Ad Ankara tutto dovrebbe andare abbastanza bene, profetizzano, e poco male se la previsione sa tanto di wishful thinking. Ma alla fine tutti sono costretti ad ammettere sconsolati che «cosa succederà dipende però dal fattore Trump e quello si sa che è imprevedibile». Il viatico certo non è dei migliori. Forse, argomentano a Chigi, a far imbestialire il presidente è stato il tentativo della premier di spingere Erdogan a lasciare il meno spazio possibile agli show di Trump limitandosi alle questioni tecniche. Di certo nulla autorizza a credere che la questione sia finita qui.

ACCOLTA A PORTE CHIUSE con improperi ed epiteti poco ripetibili, la mazzata è rimasta però senza repliche ufficiali e non poteva essere diversamente. La premier si è cucita la bocca. Il ministro degli Esteri Tajani ha fatto passare qualche ora prima di fare il signore: «Sono dichiarazioni che si commentano da sole ma le relazioni transatlantiche vanno ben oltre le dichiarazioni». Crosetto ostenta superiorità: «Le persone passano, i rapporti restano e bisogna mantenere i rapporti con un alleato storico come gli Usa». Solo che gli Usa, oggi, sono Donald Trump e di Trump, è a questo punto chiaro, non ci si potrà mai più fidare. Meloni parte per Ankara con animo tutt’altro che sereno.