Negli ultimi anni la Colombia è stata una delle anomalie più interessanti della diplomazia climatica mondiale. Un paese produttore ed esportatore di petrolio che, sotto il governo di Gustavo Petro, ha provato a costruire la propria identità internazionale non sulla difesa delle rendite fossili, ma sulla loro messa in discussione.
Nel 2022 Petro è diventato il primo presidente di sinistra della storia recente della Colombia. Il paese non ha smesso di essere attraversato da profonde contraddizioni economiche e sociali, ma la forza politica del suo governo è stata proprio quella di scegliere di portare quelle contraddizioni all’interno dei discorsi e dei negoziati sul clima: come può un’economia che dipende anche dal petrolio immaginare un futuro oltre il petrolio?
Con Petro il paese sudamericano è diventato il primo grande produttore di petrolio e gas a impegnarsi a fermare ogni nuova espansione fossile, ha aderito al Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili – che, sul modello del Trattato di non proliferazione nucleare, propone di fermare l’espansione di carbone, petrolio e gas e di pianificarne il declino in modo ordinato e giusto – e ha spinto perché nei negoziati Onu dedicati al cambiamento climatico, le Cop, si parlasse apertamente di come abbandonare i combustibili fossili.







