Un cartellino rosso in campo si assegna in tre secondi; per un'accusa di stupro ai Mondiali, la FIFA preferisce aspettare anni. La favola di Capo Verde viene rovinata dal caso del capitano Ryan Mendes, indagato per violenza sessuale.

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Nel calcio di oggi, dominato dalle logiche finanziarie della FIFA, è sempre più difficile trovare spazio per una passione pulita. Eppure, vedere una nazionale umile come Capo Verde fare la storia nella Coppa del Mondo, guidata da figure rispettate come il portiere Vozinha, aveva risvegliato un entusiasmo legittimo. Tuttavia, la gioia non dura mai a lungo. E quello che sembra un gol da festeggiare risulta un autogol che ti colpisce dritto in faccia: mentre alcuni sudano la maglia con onore, la Federazione di Capo Verde e lo staff tecnico hanno schierato senza esitazione Ryan Mendes, il loro capitano, nonostante sia sotto indagine formale da parte della polizia della Nuova Zelanda per una gravissima accusa di violenza sessuale ai danni di una traduttrice brasiliana.

​Come rivelato da un’inchiesta del portale brasiliano Globo Esporte, la Federazione di Capo Verde ha ricevuto denunce formali settimane prima del torneo, ma ha optato per il silenzio, preferendo non indebolire la squadra privandosi del suo capocannoniere storico. Dal canto suo, la FIFA si scherma dietro il proprio Codice Disciplinare, sostenendo che una sospensione cautelare richieda elementi giudiziari definitivi. Finché la burocrazia internazionale non formulerà un rinvio a giudizio, per la FIFA il giocatore resta “eleggibile”. Sotto la bandiera di una presunzione di innocenza ridotta a scudo di convenienza finanziaria, il massimo organismo tratta un calciatore come un investimento da proteggere, e non come un cittadino soggetto all’etica.