La preoccupazione prevalente di chi ha scritto la proposta di nuova legge elettorale è non far vincere gli altri. Non è la prima volta. C’è una lunga tradizione. La storia dei troppi rimaneggiamenti del sistema di voto non è, però, politicamente favorevole ai riformatori dell’ultimo miglio. Ma la pervicacia è tanta, degna di ben altre emergenze. Mai vi è stata, ed è questo il lato oscuro della ricerca spasmodica della più funzionale tecnica di trasformazione dei voti in seggi, tra rappresentatività e governabilità, una approfondita discussione sulla partecipazione che è il vero male senile di una democrazia.

Il dibattito sulle preferenze è condizionato dal potere di scelta che molti capi dei partiti vogliono tenere per sé, negando ogni forma di più reale competitività tra iscritti e candidati sul territorio. Nemmeno i collegi uninominali piacciono più. Il legame tra eletti e territorio è sempre più sfilacciato. Ci si aspetterebbe che un Paese a corto di giovani venga loro incontro facendoli votare a 16 o 17 anni come accade in quasi tutta Europa, abbassando, di conseguenza, anche il limite d’età dell’elettorato passivo. Niente, è ormai un tabù italiano. Guai a parlarne. Ci stracciamo le vesti per i giovani che fuggono all’estero, ma rifiutiamo di dare loro un po’ di potere politico in più. Al pari dei coetanei europei.