In un presente gastronomico che racconta sempre più spesso chef, ristoranti e nuove aperture, (r)esistono ancora manifestazioni che spostano l’attenzione su qualcosa di meno evidente ma non meno fondamentale. La Notte degli Osti, manifestazione ideata e diretta da Giovanni Sparano e giunta alla sua sesta edizione, si è svolto a Eboli, in Campania proprio la scorsa settimana. Un appuntamento volutamente meno gridato rispetto ad altri appuntamenti della penisola, dove ogni anno cuochi, produttori, musicisti, autori e figure centrali per il settore, si ritrovano per stare insieme.
Le cucine si aprono al pubblico, gli osti accolgono colleghi provenienti da tutta Italia, i vignaioli raccontano personalmente i loro vini, le tavolate occupano le strade e la musica invade le notti tiepide d’estate. Il pubblico si muove da un locale all’altro seguendo la curiosità, il proprio gusto e nessuno sceglie veramente nessuno perchè è come essere in una grande famiglia. Un modo diverso di raccontare la gastronomia, che sposta l’attenzione dal singolo piatto e dai suoi elementi al circostante, alla geografia del posto, alla tavola e quindi, all’uomo.
Il tema scelto per questa edizione, Quel che resta di un Mondo, sembra parlare di memoria. Dopo averlo vissuto in prima persona, possiamo affermare con certezza che si è parlato soprattutto di presente. In particolare, di quella sfida, ormai quotidiana per molti interpreti della ristorazione, che comporta oggi custodire le tradizioni. La risposta non riguarda soltanto ricette, prodotti o tecniche. Riguarda il modo in cui queste continuano a circolare tra le persone, cambiando, evolvendo e in qualche modo restando sé stesse. Alberto Grandi, filosofo e studioso in materia, ci ricorda che la parola tradizione porta la stessa radice del verbo tradire, tradare in latino, quindi del tradimento. «Chi fa tradizione» – espressione oltremodo abusata negli ultimi tempi – potrebbe in parte affidare al prossimo un sapere così come anche consegnarlo al nemico.






