di
Gino Pagliuca
Ogni forma di contratto ha vantaggi e svantaggi. Ecco le tipologie che offrono più garanzie e meno rischi a proprietari e inquilini: la guida ragionata
Affitto a un solo inquilino per lungo tempo o a più inquilini per breve tempo? È la prima domanda che si fa il proprietario di casa che voglia trarre un reddito dal suo immobile. Da una parte la possibilità di minimizzare l’impegno, ma a prezzo di maggiori rischi e della rinuncia per anni alla disponibilità del bene. Dall’altra parte la possibilità, forse, di guadagnare di più, di ridurre il rischio di inadempienza dell’inquilino, ma a costo di dover cercare di continuo occupanti che, presumibilmente, non avranno un grande interesse per la cura dell’immobile. La normativa sulle locazioni residenziali è piuttosto rigida, ma consente — nel rispetto di determinate condizioni — di soddisfare sia le esigenze di chi vorrebbe affittare a lungo, sia di chi preferirebbe un impegno più limitato nel tempo.
Le due tipologie di contrattoLa legge fondamentale sugli affitti è la 431/98 e prevede due distinte tipologie contrattuali di lunga durata. La prima con canone libero e durata minima di otto anni: formalmente si tratterebbe di quattro anni rinnovabili per altri quattro, ma le possibilità di recesso per il proprietario dopo il primo quadriennio sono quasi teoriche e, senza accordo con l’inquilino, di fatto non si riesce a liberare la casa. La seconda, invece, ha durata di cinque anni (formalmente tre più due di rinnovo, in pratica automatico) e presenta vantaggi fiscali non indifferenti, ma si può stipulare solo a condizione che il canone rientri nelle fasce previste dagli accordi territoriali tra inquilini, proprietari e Comune.






