Casa dolce... cassa. Nel panorama immobiliare italiano, l’affitto breve è diventato una formula sempre più popolare per valorizzare immobili non locati, generare reddito integrativo e intercettare i flussi del turismo digitale. Dopo le ultime sentenze s’è ingenerata un po’ di confusione: vediamo allora di fare chiarezza. Prima cosa: cosa s’intende esattamente per “affitto breve”? Tecnicamente, si tratta di una locazione di durata non superiore ai 30 giorni consecutivi: superata questa soglia, il contratto va obbligatoriamente registrato presso l’Agenzia delle Entrate.
Per affittare legalmente per periodi brevi, oggi il mercato si affida prevalentemente alle cosiddette “Online travel agency”, conosciute con l'acronimo Ota. Le due piattaforme dominanti in Italia sono Airbnb e Booking, che offrono agli utenti strumenti avanzati per la gestione degli annunci e delle prenotazioni. Inserire un immobile su questi portali è semplice ed intuitivo, ma ha un costo: Airbnb applica una commissione tra il 3% e il 5% sull’importo della prenotazione, esclusi eventuali costi extra o tasse. Booking arriva a tratbile per ottenere poi il Cin vero e proprio, rilasciato dal ministero del Turismo. La complessità burocratica ha spinto molte agenzie specializzate a offrire servizi dedicati per gestire tutto il processo per conto dei proprietari.







