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Ultimo aggiornamento: 7:54
La manovra di Bilancio ha riacceso il dibattito sugli affitti brevi, confermando l’aumento della cedolare secca dal 21% al 26% per chi affitta tramite piattaforme online come Airbnb o Booking. L’aliquota resterà al 21% solo per chi gestisce direttamente la propria abitazione, una minoranza assoluta: secondo l’Aigab, l’Associazione italiana gestori affitti brevi, appena l’1,4% dei proprietari affitta senza intermediari. La misura entrerà in vigore dal 2026 e punta ufficialmente a contrastare la scarsità di alloggi nelle grandi città e a garantire un gettito aggiuntivo stimato in oltre 100 milioni di euro all’anno, come ha dichiarato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha guidato la proposta delle modifiche.
Da un lato, il vice premier Matteo Salvini e Forza Italia promettono di modificarla in Parlamento, definendola una “tassa punitiva” per i piccoli proprietari e un provvedimento “con gettito minimo che lede la proprietà privata”. Diverse associazioni di settore e sindaci si sono schierati contro la manovra per le stesse ragioni. Dall’altro, Fratelli d’Italia e Giorgetti difendono la misura come un primo passo verso una regolamentazione più equa del fenomeno degli affitti brevi. In un mare di critiche che arrivano da destra e sinistra, c’è invece chi reputa la misura come un inizio verso una limitazione necessaria e chi chiede anche provvedimenti più forti, che tengano conto di un’Italia degli affitti brevi tutt’altro che uniforme, con forti differenze nella concentrazione delle strutture quanto nei limiti e le regole imposte a chi opera in questo mercato.














