“Sono proprio io che ho deciso di vivere a Parigi? Me lo sono chiesto molte volte e ora penso di no”.
Fuggire, per Georges Simenon, è stato un destino, un metodo, quasi una forma di conoscenza. Per tutta la vita ha cambiato indirizzi, attraversato città, accumulato esperienze, relazioni, romanzi. Come se fermarsi significasse essere raggiunto da qualcosa. È su questa inquietudine che Riccardo De Gennaro costruisce In Francia con Georges Simenon. Un uomo in fuga, pubblicato da Perrone Editore. Non una guida sulle tracce del padre di Maigret, né un pellegrinaggio tra indirizzi celebri, ma il ritratto dell’uomo dietro lo scrittore.
La Francia è il cuore del libro perché è il luogo in cui Simenon prova a diventare ciò che desidera: un romanziere. Lascia Liegi a diciannove anni, dopo gli inizi da cronista, e punta Parigi. Ma la capitale non gli si presenta come una promessa luminosa: l’arrivo alla Gare du Nord è freddo, piovoso, quasi ostile. E forse proprio lì comincia a formarsi il suo sguardo concreto e disilluso.
De Gennaro lavora bene sottraendo lo scrittore alla leggenda. Con Simenon non è facile vista la produzione smisurata, i settantacinque Maigret, le donne, gli eccessi. L’autore tiene questi elementi sullo sfondo e cerca invece la ferita che alimenta quella fame di vita. In questo percorso, il rapporto del grande giallista con la madre Henriette, presenza severa e zona d’ombra, diventa decisivo. “Non ci siamo mai amati, tu lo sai bene. Tutti e due abbiamo sempre fatto finta”, scriverà Simenon in Lettera a mia madre, dedicata ai giorni trascorsi al suo capezzale.









