PADOVA - In un periodo in cui la destra estrema, spinta dai “futuristi” di Roberto Vannacci, mette in dubbio l’uso del termine “femminicidio”, Gino Cecchettin è ancora il baluardo di questa battaglia. Il padre di Giulia, la ventiduenne di Vigonovo uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta, ha le spalle larghe e anche al congresso nazionale della Uil ricorda il peso che la sua storia personale deve reggere.

Botta e risposta Se Vannacci dice che il femminicidio non esiste «perché è l’omicidio di una donna», Gino Cecchettin risponde: «Bisogna studiare di più e cercare di capire cosa significa femminicidio: non è l'omicidio di una donna, ma il motivo per cui una donna viene uccisa». In merito al dibattito pubblico scatenato da Futuro Nazionale, il padre di Giulia spende poche parole: «È una polemica che ci fa solo perdere tempo. Tempo che stiamo sottraendo alle vittime. Non proverei mai a convincere qualcuno che 2 + 2 fa 5». Da quando ha lanciato la Fondazione Cecchettin, Gino può rivendicare ottimi risultati in termine di formazione e promozione della parità di genere. Ma anche sul fronte politico: «L’aggravante di femminicidio quando una donna viene uccisa dal partner è un passo avanti importante per il Paese». La campagna La presenza di Cecchettin al congresso della Uil è dettata dall’avvio di una campagna di formazione del sindacato, che è impegnato per la parità di genere e per sradicare la mascolinità tossica. «Un impegno collettivo e condiviso – spiega la segretaria confederale Uil, Ivana Veronese –, contro una dinamica spesso sommersa e invisibile, di discriminazione, di squilibri di carichi di cura, di ruoli di genere. Tutto questo è inaccettabile». Dal palco del congresso in Fiera a Padova, Cecchettin riscuote grandi applausi, a cui risponde: «Giro questo applauso a Giulia. È lei che mi dà la forza per fare tutto questo. Quando abbiamo aperto la fondazione, tutti pensavamo che fosse un centro antiviolenza, uno sportello psicologico. Tutte cose fondamentali, ma noi abbiamo deciso di dedicarci alla cultura. Perché la violenza va prevenuta». Gino entra quindi nel merito della sua presenza alla Uil: «Ringrazio di vero cuore chi come la Uil ha scelto di investire in formazione, una scelta che noi consideriamo lungimirante, perché significa riconoscere che la qualità del lavoro passa anche dalle relazioni umane. Spesso si pensa che la violenza di genere riguardi solo le giovani generazioni, ma il cambiamento non può essere affidato solo ai giovani, abbiamo bisogno noi adulti di continuare a formarci. Perché sembra che ci siamo disabituati ad ascoltare e ad ascoltarci. Le emozioni non sono nostre nemiche, io l’ho imparato dal dolore – sottolinea Cecchettin –. Il problema non sono solo le nostre emozioni, ma il non riuscire a riconoscere. La rabbia non è passione, la gelosia non è amore, la rabbia non è debolezza». Il messaggio In un passaggio del suo discorso, Cecchettin ha ricordato il divario tra occupazione maschile e femminile, che in Italia è il più alto dell’Unione Europea, un numero «fatto di servizi che non ci sono. Servizi che mancano quando le scuole chiudono e i lavori continuano. È fatto dell’idea che il lavoro di cura spetti solo alle donne, mentre la genitorialità deve essere una cosa condivisa. È fatto di aziende che faticano a riorganizzare il lavoro. È fatto di stereotipi inconsapevoli – conclude Cecchettin – ed è attraverso l’educazione che si cambia». Insomma, la Fondazione Cecchettin continua a lavorare per fare prevenzione a ogni livello, dalle scuole alle fabbriche. La certezza è che con l'educazione si può far la differenza e sradicare prima o poi la violenza sulle donne. Intanto, aumenta la rete di istituzioni e realtà della società civile che lavorano con la Fondazione, con la Uil ultima di una lunga serie. Cercando di non farsi tirare per la giacchetta in un dibattito pubblico dai toni aspri, Gino continua a rispettare l'impegno preso verso la figlia Giulia Cecchettin.