Con questo articolo lo scrittore Maurizio De Giovanni comincia la sua rubrica domenicale di risposta alle lettere inviate a La Stampa. Chiunque lavori con la parola scritta lo sa bene: si tratta di una forma di dialogo. Certo, si dirà che si scrive per se stessi; per assolvere a un bisogno primario, a un’esigenza insopprimibile. Ma non è vero, o almeno non lo è del tutto. Si scrive perché qualcuno legga, così come si parla perché qualcuno ascolti. In questi tempi di social probabilmente la scrittura è diventata altro. Si cerca di far ridere, di insultare, di provocare o di sorprendere. Si prova a suscitare emozioni, e poi si vanno a guardare reazioni o commenti per vedere se l’effetto si è raggiunto o no, e il circolo virtuale si riempie di gente, una conversazione collettiva dagli imprevedibili effetti che spesso diventa uno specchio delle difficoltà di comprensione che esistono tra le persone. I professionisti, quelli che vivono di scrittura, sono in una dimensione un po’ più complessa: che raccontino fatti, che cerchino di articolare concetti più o meno profondi, che immaginino storie e personaggi che non è possibile incontrare per strada ma che non per questo sono meno reali, tutti sanno che stanno dialogando con qualcuno. Un qualcuno non identificato, né identificabile. Una persona senza genere o età, non un parente o un amico, non un editore o un caporedattore. Qualcuno che però seguirà con gli occhi le righe, sorridendo o accigliandosi, e magari emozionandosi un po’. La scrittura, come la lettura, è un’attività individuale e un po’ solitaria. Non ci si può distrarre, non si può commentare sul momento, non si può contare sulla bravura degli attori, sulla colonna sonora o i costumi. Quando si legge, il lettore è creativo quanto e più dello scrittore perché se quello ha immaginato, chi legge vede fisicamente: facce e voci, odori e sapori, perfino i sentimenti che provano i personaggi trovano immediato riflesso e diventano fisici, reali. Chi racconta, però, non ha modo di assistere all’effetto della storia alla quale ha dato vita. Certo, ci sono le presentazioni dei libri e i festival, gli incontri coi lettori, i gruppi di lettura e i dibattiti organizzati da biblioteche e librerie; sono situazioni belle e stimolanti, ma avvengono dopo, quando la lettura si è sedimentata e ha già dato i suoi frutti. Per questo, l’opportunità dell’inversione del flusso è un’occasione rara e assai preziosa. Trovare un luogo in cui chi generalmente legge e si coinvolge in storie, fatti, idee può esprimere la propria posizione, o anche solo esternare la quantità e la qualità dell’emozione che ha provato di fronte a una notizia o a un commento ha un’importanza enorme, e una bellezza speciale. Per qualsiasi cosa. Da una condizione personale di costrizione o leggerezza a un desiderio di gentilezza, da una sottile malinconia a una pressante nostalgia, da un dolore per una perdita alla felicità per un’amicizia ritrovata, il lettore che scrive e lo scrittore che legge diventano più vicini e prossimi di quanto immaginassero, perché capiscono che il filo che li lega è flessibile e consente di scambiarsi di posto senza perdere di intensità. C’è qualcosa, tra chi parla e chi ascolta. Ma c’è ancora di più, un legame intimo e profondo, se chi ascolta può a sua volta parlare, aprire la porta di quella stanza segreta che ognuno di noi conserva e di cui ha paura perché la interpreta come una fragilità. Ma non è così. Il luogo dove conserviamo i sentimenti è la parte più bella di noi, perché la dolcezza non è debolezza, come la violenza non è forza. Il posto dove ci incontreremo sarà il posto della gentilezza, della compagnia e del rispetto. Il contrario dei social, insomma. Vedrete. Scrivete a lettere@lastampa.it
La Stampa e i suoi lettori. Ogni domenica lo scrittore Maurizio De Giovanni risponderà alle lettere
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