«Kab, Kaaaab». Un ragazzo in uniforme militare entra nel caffè e urla. Non sa dove andare, il locale è piccolo, arriva alla finestra e si volta, impietrito. Un boato fa tremare i muri, le finestre e il soffitto. Ci guardiamo tutti. L’ufficiale al tavolino con noi si alza e mette istintivamente la mano alla pistola – solo gli ufficiali ne possono portare una – ma poi la rialza e la apre verso di noi. «Calmi» dice, ma gli occhi fissano verso l’uscita del caffè, i suoi come quelli di tutti.
L’anziana signora che stava sistemando gli ultimi arrivi dietro al bancone apre una scatola, prende un pacco di fazzoletti, va verso la finestra, poi torna indietro e li riposa sulla scatola. Si guarda intorno e inizia a lucidare con foga l’espositore dei dolci finché non si appoggia a una sedia, esausta. «Hanno colpito la stazione degli autobus», dice una ragazza in uniforme che entra trafelata.
Usciamo ma in quel momento un furgoncino grigio svolta l’angolo sgommando e da un altoparlante stride: «Kab in arrivo, Kab in arrivo, cercate un rifugio ora!». Tutti corrono dentro di nuovo, i telefoni dei militari squillano, gli ordini dicono di ripartire. Corrono alle macchine e sgommano via, la strada è completamente vuota, sferzata da raffiche di vento talmente forte da rovesciare le sedie.








