Evgen è seduto nel giardino della casa di Sasha. Lui ripara i mezzi per i volontari. Ci sono lunghe pause di silenzio tra loro, mentre bevono un caffè. Parlano russo, l’hanno sempre parlato. Russofoni, ma non filorussi. Non potrebbero mai esserlo. I loro quartieri, qui a Kharkiv, sono stati devastati dalla furia criminale del Cremlino. Come lo è Saltivka, esempio vivente di quella distruzione.

Evgen il giorno seguente deve accompagnare Genia e Ihor, altri due volontari, per un’evacuazione in Donbass. C'è anche un italiano con loro, Andrea, arrivato con un furgone blindato. Qui si ragiona a percentuali di sopravvivenza e questo furgone le fa salire rispetto a un normale mezzo. La guerra continua a segnare vite, anche se sembra sparita dai giornali o relegata a cronache di attacchi che dimenticano chi li subisce: i loro nomi, le loro storie, chi erano davvero.Il viaggio dei volontari che salvano i civili ucrainiSulla strada per Kramatorsk i segnalatori di droni si sono appena attivati. Stiamo correndo a circa 130 all’ora, sfrecciando sotto un tunnel di reti a protezione della via d'accesso. È una corsa contro il tempo e contro l'invisibile.

A Sloviansk, in una scuola, i volontari caricano le prime persone. Un allarme Kab, le bombe volanti, arriva proprio mentre stanno verificando i documenti. Si deve andare nel seminterrato. Le bombe guidate sono diventate, insieme ai droni, una quotidianità.I profughi vengono poi portati a Lozova, a una cinquantina di chilometri a ovest di Kramatorsk, in un altro complesso scolastico che ospita centinaia di persone assistite dalle Nazioni Unite e dalla Caritas. Troviamo Valentina, che è scappata da Kostjantynivka con la figlia. Mostra una chat su Viber: “Ogni mattina qui scrivono quante persone sono morte, scomparse o rimaste ferite. Solo nell'ultima settimana ne abbiamo perse dieci”.Valentina racconta che in città mancano i medici: “Le persone, quando vengono ferite, sono destinate a una morte lenta. È successo a un’anziana donna a cui una mina ha dilaniato le gambe. Si sarebbe potuta salvare se ci fosse stato un medico, invece è morta dissanguata. Non so cosa farei a quel Putin se me lo trovassi davanti. Gli lancerei una bomba, davvero. Per tutti i bambini e i conoscenti che sono morti”.I civili in fuga dal DonbassYulia è in fila all'ingresso dell'edificio per registrarsi. “È la terza volta che dobbiamo fuggire: lo abbiamo fatto nel 2014, all'inizio del 2022 e adesso. Mio marito è rimasto a Sloviansk per controllare che non ci rubino le cose in casa; dice che quella è tutta la sua vita. Se il fronte dovesse avvicinarsi ancora, andrò a prenderlo per i capelli. Vorrei tanto tornare a casa, lì ci sono le mie radici. Ma non posso”.Yevhen Zvonyaryov, 57 anni, è uno dei volontari che senza sosta continuano a fare evacuazioni: “Per me non è un lavoro, ma una necessità spirituale nata per reagire al panico del 2022”. Yevhen ha visto cambiare il volto del conflitto. Se all'inizio il timore era l’artiglieria, oggi l’incubo sono i droni: macchine che vedono, puntano e danno la caccia.“Un giorno scaricavo aiuti e non mi ero accorto che un drone era proprio sopra la mia testa. Fortunatamente non ha colpito. Credo che Dio vegli su di me da lassù, che sappia che non è ancora venuto il mio momento, che devo rimanere qui, su questa terra, perché così posso rendermi utile agli altri”.Dossier è la sezione di inchieste esclusive in abbonamento di Today.it. Se vuoi sostenere il nostro lavoro giornalistico e abbonarti, visita la nostra vetrina cliccando qui.Leggi gli altri Dossier di Today.it