«Alla stazione degli autobus / quando l’altoparlante gracchia qualcosa / sulla mia corsa / sento i suoni ma non capisco le parole. // All’aeroporto / quando lo steward prende il microfono / e borbotta qualcosa sul mio volo / sento i suoni ma non capisco le parole». Sono le prime due quartine di una poesia di Alessandro Carrera, il cui titolo è un refrain, Sento i suoni ma non capisco le parole, che ritorna ossessivamente alla fine di ogni strofa. Vi si raccolgono, in un elenco cadenzato, lacerti di discorsi incompresi, percezioni uditive indistinte: è il brusio della lingua in cui siamo immersi, un rumore bianco, tanto più fastidioso e disarmante quando abbiamo a che fare con una lingua straniera. Lì a volte si arranca e, per sopravvivere, bisogna imparare a intuire, a fare affidamento anche sui suoni. Bisogna lasciarsi andare al ritmo e alla risonanza delle voci, sospendendo l’ossessione per il significato definitivo, come avviene in tanta poesia che non si lascia afferrare del tutto. Così Carrera chiude la sua composizione: «E quando sento i suoni e non capisco le parole / capisco i suoni e dico sempre di sì, / certo, ho capito benissimo, / dico sempre di sì al suono dei suoni».

Sono versi che danno un’idea di uno dei modi – lessico quotidiano, sintassi piana, cadenze orecchiabili, predisposizione del testo alla lettura ad alta voce – in cui ha preso corpo la poesia di Alessandro Carrera, nel corso di una produzione cinquantennale, ora raccolta nell’autoantologia Il vagoncino rosso (Crocetti, pp. 224, € 16,00). Qui forme libere si affiancano a forme chiuse, isometriche e rimate, ad haiku, a lunghi versi scanditi da elencazioni e riprese proprie della ballad, fino a pagine di prosa ritmica.