La difesa tragicomica di Giuseppe Conte, da Nicola Porro a Quarta Repubblica, ha toccato il sublime quando l’ex premier ha cercato di insinuare il dubbio che le mascherine cinesi, finite sotto inchiesta in due diversi procedimenti, non fossero in realtà così scarse.«E chi lo dice che erano taroccate?» si è domandato con l’aria di chi la sa lunga. Glielo spieghiamo noi: lo dice, in una informativa di 1.393 pagine, il Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza di Roma.CONSULENZE E SEQUESTRIQuelle carte raccontano una storia molto diversa da quella sussurrata in televisione dal leader grillino. Dentro non ci sono supposizioni, ma consulenze tecniche, prove di laboratorio, sequestri di documenti, corrispondenza istituzionale e verifiche compiute dalle Procure di Roma e di Gorizia. Risultato finale: una parte delle forniture acquistate durante la pandemia dal Commissario straordinario, Domenico Arcuri, era irregolare e, in diversi casi, inadatta allo scopo.Per alcuni stock l’informativa riporta l’esito delle analisi ordinate dai pm: «Tali oggetti... utilizzati come dispositivi di protezione individuale sono pericolosi per la salute pubblica», si legge. Per altri lotti il giudizio è ancora più netto: «Attenzione, dispositivo molto pericoloso».I consorzi finiti nel mirino sono tre, com’è noto, Lukai Trade, Wenzhou Light e Wenzhou Moon Ray. Sono loro a mettere la merce a disposizione del commissario Arcuri, grazie alla mediazione di Mario Benotti e altri broker. Ma dietro quei tre nomi ci sono ben 36 aziende produttrici sparse in Cina, che non si sa bene cosa facciano e come lavorino. Gli investigatori spiegano di avere controllato sia la qualità dei “dispositivi di protezione individuale” sia i certificati che li hanno accompagnati: su 36 produttori, ben 12 hanno fornito «merce... risultata irregolare». Significa uno su tre. D’altronde, le prove di laboratorio non lasciano molto spazio alle interpretazioni.«All’esito della prova di penetrazione con olio di paraffina - si legge nel dossier - le mascherine sono risultate non conformi». Oppure: «Dopo il condizionamento termico, la maschera presenta un significativo peggioramento», risultando «insufficiente alla protezione dal Covid-19». Eppure quei prodotti avevano già attraversato tutta la filiera degli acquisti e della macchina burocratica italiana.