Il velivolo militare ha preso quota verso Roma, lasciandosi alle spalle un’isola ancora attraversata dal calore della sua gente, tra gli «Viva il Papa!» e gli slanci d’affetto improvvisati dai balconi. La visita di papa Leone XIV a Lampedusa si è conclusa; la domanda che ora rimbalza tra i vicoli battuti dal vento salmastro è una: che cosa rimane in questo estremo avamposto d’Europa dopo il passaggio del Pontefice?
S’impone, innanzitutto, il peso di un monito severo contro la globalizzazione dell’indifferenza e i «calcoli criminali» di chi specula sulla disperazione. Davanti a migliaia di fedeli, celebrando la messa al campo sportivo, Leone XIV ha richiamato le coscienze denunciando la logica dei muri e le gravi responsabilità della politica: i morti nel Mediterraneo, ha sottolineato, non sono soltanto vittime di decisioni sbagliate, ma anche di «decisioni mancate».
Lampedusa e Linosa sono state accostate alla strada insidiosa tra Gerusalemme e Gerico, dove moltitudini di viandanti vengono spogliate e abbandonate mezze morte dai briganti. Da questa frontiera arriva poi un appello netto all’Europa. Il Papa ha ricordato che le istituzioni comunitarie dispongono di un potenziale unico e di un dovere morale: superare la mera gestione emergenziale. La sfida, epocale, esige una strategia di lungo respiro per «accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti», lavorando al contempo sullo sviluppo nei Paesi d’origine affinché l’emigrazione non sia più un obbligo.










