"Per ora, questo è tutto ciò che abbiamo da dire a tutti: grazie mille". Il saluto che la federazione di Capo Verde affida ai social, dopo l'epilogo agrodolce della sfida impossibile all'Argentina, racconta molto delle ultime tre settimane folli vissute dalla nazionale del piccolo Paese-arcipelago africano, mezzo milione di abitanti. Una squadra "troppo piccola per vederla arrivare, troppo grande da ignorare", la celebrazione dello sponsor tecnico, che una partita dopo l'altra ha guadagnato il tifo trasversale, oltre i confini, che lo sport riserva agli underdog.
Si frega le mani il presidente della Fifa Gianni Infantino, che può usare gli highlights del match per rivendicare la scelta di ampliare i Mondiali a 48 squadre. Per i detrattori la Coppa extra-large doveva essere una baracconata con squadre di livelli troppo differenti e, a volte, lo è stata. E però una delle vittime sacrificali, che nella storia vanta giusto qualche approdo ai quarti di finale della Coppa d'Africa, è diventata la beniamina del Mondiale 2026. E la partita teoricamente più scontata dei sedicesimi è stata il match simbolo di uno sport diventato globale, dove nemmeno la prima della classe può mai abbassare le marce. La fiaba è finita con un autogol al 112'. E c'è qualcosa di poetico nel fatto che l'autore si chiami Borges, come lo scrittore Jorge Luis, forse l'unico argentino che abbia mai odiato il calcio. E che però magari si sarebbe lasciato ispirare da una partita manifesto del realismo magico, calata in un Mondiale surreale in cui l'outsider è passata da un trionfo all'altro pur senza mai vincere una partita.












