Il Mondiale a 48 squadre, diviso fra Stati Uniti, Messico e Canada, è la competizione più grande e più globale mai organizzata dalla Fifa. Ma la sua dimensione non si misura solo con il numero delle nazionali, degli stadi o dei mercati televisivi. Si misura anche con le lingue cantate sugli spalti, con i brani rilanciati dai social, con le canzoni ufficiali scelte dall’industria dell’intrattenimento e con quelle adottate spontaneamente dai tifosi. Il Mondiale è diventato così una playlist: un luogo dove sport, cultura pop e sport business si incrociano in modo sempre più stretto.

Wonderwall, in questo senso, funziona perché non nasce come canzone calcistica. È un brano del 1995, legato agli Oasis, a Manchester, al Britpop, a una certa idea di nostalgia inglese. Proprio per questo è più efficace di un inno costruito a tavolino. I tifosi non lo cantano perché parla di calcio, ma perché permette di riconoscersi.

Accanto a Wonderwall resta il repertorio tradizionale dell’Inghilterra calcistica: Three Lions dei Lightning Seeds con David Baddiel e Frank Skinner, il suo football’s coming home ripetuto da 30 anni più come attesa che come certezza; World in Motion dei New Order, memoria sonora di Italia ’90; Sweet Caroline di Neil Diamond, diventata ormai un classico trasversale dello sport britannico e, insieme, statunitense.