C’è una parola in lingua Aymara che definisce il viaggiatore che non attraversa un luogo, ma si lascia abitare dalla terra che calpesta. È sariri. E nelle Ande peruviane questa filosofia diventa una necessità, come suggerisce il volume Perù. An Odyssey Across a Time-Honoured Land edito da Assouline, in cui il viaggio non è una sequenza di mete, ma un lessico dell’ascolto. Qui, tra binari che sfiorano i cinquemila metri e monasteri costruiti su palazzi reali, la modernità è solo l’ultimo strato di una civiltà che non ha mai smesso di dialogare con il sole.
«Il Perù, per me, è Arequipa, dove sono nato ma non ho mai vissuto» ama ricordare il Nobel Mario Vargas Llosa. La Città Bianca, ai piedi della Cordigliera vulcanica, splende con l’eleganza del sillar, la pietra lavica perlacea che modella portali barocchi e cortili segreti. Ma vive pure in un equilibrio magnetico sotto lo sguardo di tre vulcani, il Picchu Picchu, il Chachani ed El Misti, un cono perfetto che svetta a 5.822 metri.
Arequipa è una città di contrasti cromatici, dove il candore delle mura della Cattedrale sfida i colori accesi delle vesti delle donne abbracciate a piccoli lama. Qui, il riutilizzo adattivo ha trasformato seminari in rifugi di charme come il Cirqa, dove il restauro contemporaneo rispetta le fondamenta Inca. Gli antichi, infatti, lo sapevano bene. Edificare quassù significava mettersi sotto la protezione delle montagne. Una spiritualità che oggi rivive nel Monastero di Santa Catalina, un labirinto di colori accesi e silenzi dove le suore custodiscono ancora giardini e segreti millenari.









