Lungo "tutte le strade che portano a Roma" riaffiorano presenze artistiche che si comportano come blocchi erratici, disseminati nel paesaggio: segnali che parlano al viaggiatore antico e allo sguardo digitale del travel influencer. Nella Tuscia la storia non procede in linea retta ma si ripiega su sé stessa in cerchi che si allargano, generando nuove prospettive attraverso colori, architetture e visioni. In questo sistema di rimandi si passa dalle geometrie barocche di Palazzo Farnese ai silenzi misteriosi del Monte Soratte, da Civita di Bagnoregio con le sue narrazioni sospese fino a Sutri, scrigno di stratificazioni antiche. Un quadro dove si inserisce anche una riflessione necessaria sul ruolo di Roma, oggi sempre più esposta a dinamiche di pressione turistica globale.
L'idea di una capitale culturale unica mostra il rischio concreto dell' overtourism, con un progressivo appiattimento dell'esperienza urbana. Allargare i confini turistici diventa allora un gesto strategico e culturale insieme: significa alleggerire il peso del centro e, allo stesso tempo, costruire nuove traiettorie di senso capaci di distribuire flussi, sguardi e desideri. La Tuscia diventa così uno di questi bacini di accoglienza, uno spazio in cui l'arte si sottrae alla concentrazione per ritrovare una dimensione più lenta, più profonda, più prossima al paesaggio.







