di Olga Mugnaini
Dalle pitture rupestri alle incisioni della Val Camonica, dai graffiti di Pompei fino alle scritte sui muri delle metropoli contemporanee, lasciare un segno nello spazio condiviso è un gesto che attraversa epoche, culture e continenti. L’arte ’pubblica’, quindi, non nasce nel Novecento, ma deriva da un tempo assai più lontano, affondando le sue radici in un vero bisogno ancestrale.
Nasce da questa considerazione, che mette al centro uno dei gesti più antichi e profondi dell’esperienza umana, la mostra ’Giotto era il nonno di Banksy. Siamo al mondo per lasciare un segno’, in programma al Mo.C.A., Montecatini Terme Contemporary Art, a cura di Bruno Ialuna. L’esposizione si configura come un viaggio immersivo che attraversa oltre 60mila anni di storia, mettendo in relazione le prime forme di espressione umana con i linguaggi visivi che oggi abitano le città di tutto il mondo, per raccontare la nascita e lo sviluppo dell’arte urbana, dalle origini preistoriche ai protagonisti della scena internazionale.
Il titolo richiama un filo invisibile che attraversa i secoli: se oggi Banksy incarna la street art nel mondo, già Giotto mostrava come l’immagine potesse parlare a tutti, trasformando muri e spazi pubblici in strumenti di comunicazione collettiva. Il cuore del percorso è dedicato alla nascita del writing nella New York degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, con testimonianze dei pionieri TAKI 183, Jec*, Sjk 171, Mike 171, Riff170, Snake1, Stay High149, Coco144, fino a protagonisti fondamentali come Quik, Iz The Wiz, Lady Pink, Toxic, Delta2, Sar e Zephyr. Una scenografia immersiva del maestro della cartapesta Jacopo Allegrucci, ricostruisce l’impatto visivo della metropolitana newyorkese, restituendo il contesto originario di questa rivoluzione artistica.







